DONNA: IDENTITÀ DI GENERE E LOTTA DI CLASSE

 

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Il genere umano, come accade tra i mammiferi, si riproduce per via sessuata. È l’identità che specifica la necessità della sua differenza tra maschio e femmina, ivi comprese le varianti tra questi due poli. Questa la natura espressa nella sua fredda astrazione logica. La storia dell’uomo, in quanto storia di lotte di classi, ha determinato uno stravolgimento coercitivo sugli individui concreti, portatori naturali di questa differenza, rendendoli funzionali alla forma di dominio e alla sua conservazione. Il controllo e la sottomissione del genere femminile è risultato essere la base della stabilità sociale di molte forme di organizzazione comunitaria, più o meno estesa, con modalità anche diverse, ma con forti similitudini relativamente alle trasmissioni patrimoniali per la gestione e l’aumento delle ricchezze. La certezza della discendenza maschile e la stabilizzazione dei nuclei familiari per assicurarsi la riproducibilità sociale di una nazione, di uno stato o di un determinato gruppo politico-sociale, contro altri simili gruppi, si è potuto realizzare grazie all’asservimento del genere femminile. Il genere femminile è quindi stato relegato nel corso degli ultimi millenni, sia fisicamente che ideologicamente ad una inferiorità “naturale”, e sottoposto a violenze d’ogni tipo, alla emarginazione e al degrado sociale, grazie a parametri ideologici ancor oggi duri a morire nel senso comune degli abitanti del nostro pianeta. Tutto ciò conferma l’immobilità e la trascendenza di un potere che, per mezzo del privilegio maschile, è riuscito a scavare un abisso vitale e comunicativo trai sessi, a favore dell’obbedienza e del consenso necessario alla propria conservazione e riproduzione[1]. Su questo grado di consapevolezza sino ad oggi raggiunto siamo impegnate e impegnati quotidianamente a misurarci, per vedere di riuscire a difendere alcune tappe di migliori condizioni di vita conquistate negli ultimi 100 anni da strati sempre più estesi di umanità, grazie a lunghe lotte di massa. Contro queste lotte, con una forte connotazione di classe, si dibatte l’odierno potere capitalista, oggi dominante, per impedire la conquista di migliori condizioni di vita delle masse, per rendere sempre più complesso e difficile il cammino della maggioranza dell’umanità verso la sua liberazione dalle forme di sfruttamento. Ecco dunque svelato il motivo per cui i poteri dominanti odierni ricorrono spesso alla costante manipolazione della coscienza sociale per impedire, non solo la scalata al cielo delle classi subalterne, ma in particolare della emancipazione femminile dall’attuale dominio di classe, oggi sempre più in contraddizione nei confronti di uno sviluppo sociale umano in costante e graduale crescita, che sta pericolosamente superando l’attuale sostenibilità dello stesso sistema sociale capitalista. Sistema che oggi domina incontrastato nella maggior parte del pianeta.

La battaglia per l’emancipazione delle donne è uno dei principali cardini dell’emancipazione dell’umanità dai fardelli dello sfruttamento. Se è vero che, come ebbe a sostenere Lenin, alle cui parole le compagne del Circolo Culturale Proletario di Genova aderiscono pienamente: “bisogna saper combinare la lotta per la democrazia con la lotta per il socialismo, subordinando la prima alla seconda[2], allora rientra pienamente nella lotta di classe per una società socialista, la lotta per l’emancipazione delle donne. Anzi, Lenin giunse ad affermare che una società alle cui fondamenta non sussisteva la liberazione del genere femminile non poteva definirsi socialista, in quanto tale, poiché l’emancipazione della donna è, e deve essere, uno dei principi cardine delle libertà che un processo di trasformazione socialista deve mettere nei suoi obiettivi primari. Parlare di comunità socialiste per quelle società dove il ruolo della donna è fermo a tipologie legate a rapporti di produzione di natura borghese o piccolo-borghese, significa, di fatto, dare una visione distorta della realtà. Significa definire erroneamente “socialista” ciò che in realtà non lo è. Fu il socialismo scientifico, fondato da Marx e Engels, nella seconda metà dell’Ottocento, a trattare per la prima volta la questione femminile in relazione alla proprietà e ai rapporti con la proprietà, la famiglia e lo stato, poiché nel processo storico la condizione della donna e la sua collocazione storica sono intimamente legate a questi tre fattori. Un decisivo inquadramento scientifico della questione femminile fu fornito da Engels nella sua opera L’origine della famiglia, della proprietà privata e dello stato, del 1884, in cui segnalò come il passaggio dal diritto materno al diritto paterno diede inizio alla sottomissione del genere femminile. La demolizione storica del diritto materno fu la grande sconfitta storica del genere femminile a livello planetario e il sesso maschile divenne padrone della casa, relegando la donna a serva domestica e schiava della lussuria dell’uomo padrone. In tal modo la donna divenne un mero strumento riproduttivo.  Per il socialismo scientifico la condizione della donna si basa sui rapporti di proprietà, sulle forme di proprietà che si pratica sui mezzi di produzione e sulle relazioni produttive che su quelle si ergono. Questa tesi marxista è importante, perché stabilisce che l’oppressione connessa alla condizione femminile ha come radice la formazione, la nascita e lo sviluppo del diritto di proprietà dei mezzi di produzione e che, pertanto, la sua emancipazione è altresì legata alla distruzione di tale diritto. Questa scoperta del marxismo è importante, perché fa chiarezza sul fatto che l’oppressione del genere femminile non è sorta in uno stadio della storia dell’uomo in cui vi è stata una semplicistica suddivisione del lavoro e di ruoli professionali in funzione dei sessi, che avrebbe emarginato la donna all’ambito domestico, lasciando all’uomo i ruoli importanti della società e ponendolo alla guida politica delle comunità. Nonostante molti sedicenti marxisti abbiano abbracciato questa tesi della suddivisione dei ruoli lavorativi, tale teoria altro non è che una replica della vecchia ideologia della borghesia che, sin dal suo apparire, ha sempre sostenuto la immutabilità e debolezza della “natura femminile”, contraddicendosi con l’idea del marxismo scientifico circa la trasformabilità implicita nei processi evolutivi storici, che intende la storia come svolgimento di lotte di classi. Le conclusioni a cui giunse Engels è il prodotto di una attenta analisi circa la condizione della donna nello svolgersi della storia. Per i comunisti, la politicizzazione delle donne, la loro partecipazione attiva ai fatti della politica, è il primo passo per una presa di coscienza verso l’emancipazione femminile. Marx scrisse: “chiunque conosca qualcosa della storia sa che i grandi cambiamenti sociali sono impossibili senza l’elemento femminile. Il progresso sociale si può misurare esattamente dalla posizione sociale del sesso cosiddetto debole[3]. E dello stesso avviso era Lenin, come abbiamo avuto modo di dire.

    La Rivoluzione d’Ottobre fu senza dubbio un momento importante per la liberazione della donna dei paesi sovietici. La giurisprudenza bolscevica abbatté tutte le barriere e le catene che impedivano alle donne di poter vivere al di fuori dell’oppressione paternalistica e maschilista.  Naturalmente, la reale uguaglianza giuridica realizzata dai bolscevichi non diede immediatamente la libertà alle donne sovietiche, ma doveva essere il punto di partenza per una piena e completa uguaglianza tra i sessi. Di questo ne era pienamente consapevole lo stesso Lenin che, a questo proposito, scrisse: “Quanto più ci disfaremo della ruggine di vecchie leggi ed istituzioni borghesi, tanto più chiaramente vedremo che si è solo sgomberato il terreno per la costruzione, ma non è ancora iniziata la costruzione stessa….La donna continua ad essere schiava del focolare, nonostante le leggi liberatrici, perché essa è curva, oppressa, abbruttita, umiliata dalle piccole occupazioni domestiche, che la trasformano in cuoca e bambinaia, che dissipano le sue qualità in un lavoro assurdamente improduttivo, meschino, snervante e fastidioso. La parola emancipazione della donna non si realizzerà se non nel paese e nel momento in cui comincerà la lotta di massa diretta dal proletariato, padrone del Potere dello Stato, contro questa piccola economia domestica o, più esattamente, quando comincerà la sua trasformazione di massa in una grande economia socialista[4].

Noi riteniamo fermamente che non vi potrà essere una realistica emancipazione del genere femminile senza la trasformazione dell’odierno sistema sociale in una società più giusta e solidale, in una società socialista. Anche se molte di voi storceranno il naso nel leggere queste affermazioni, che apparentemente sanno di vecchio, non c’è nulla di più realistico oggi, di fronte al dilagare della intolleranza, del razzismo e della xenofobia più becera, usciti dai reconditi luoghi dell’animo umano in cui erano stati relegati dalla storia, di armare d’utopia i nostri canti e le nostre azioni quotidiane, per far ritornare la speranza a quei milioni di esseri umani che colpiti da carestie, fame e guerre, cercano pace e rifugio nelle nostre terre e cercano di far tornare il sorriso alla gente delle nostre città opulente, intorpidite da una società dove tutto è merce e grigio egocentrismo. Noi vorremmo che si riflettesse maggiormente sul fatto essenziale che senza lotta di classe, senza una partecipazione attiva delle donne alla lotta per il cambiamento politico e sociale non è possibile parlare di reale emancipazione del genere femminile. Nell’attuale società, dominata dalle forze imperialiste, la stragrande maggioranza delle donne del nostro pianeta è ingabbiata nella subordinazione alla vita domestica e alla riproduzione biologica. In questi ruoli marginali e subordinati sono relegate milioni di donne, sia che appartengano ai paesi capitalistici ad economia “avanzata”, sia che provengano dai paesi oppressi dall’imperialismo. Le donne si trovano condannate ad una vita decisa per lo più da altri, destinate, loro malgrado, ad una vita scandita dalle esigenze e dalle necessità della famiglia. Molte altre, più sfortunate, si trovano, non per loro volontà, coinvolte in conflitti armati, dove la forza e la violenza la fanno da padrona e le donne sono le prime a pagare in termini di sacrificio e di abnegazione per la cura e la difesa dei propri figli e dei propri cari. Se la storia, come noi pensiamo, è lo svolgimento di lotta di classi, l’emancipazione del genere femminile non potrà che realizzarsi assieme alla emancipazione delle classi lavoratrici e, solo così, si potrà assistere alla nascita di un nuovo mondo che noi, in quanto comuniste, riteniamo sia possibile e realizzabile, con il concorso di tutte e di tutti.

 

La lotta per l’emancipazione femminile nell’attuale fase storica

Nell’attuale situazione, dominata da un anno dalla pandemia che ha colpito tutto il pianeta, è emersa la grave situazione sociale ed economica in cui da sempre è stata relegata la donna nella moderna società capitalistica. Le prime a essere lasciate a casa senza lavoro e, spesso, senza stipendio, le persone a cui vanno maggiormente addossati i compiti di assistenza familiare agli anziani e ai bimbi, senza nulla in cambio, sono proprio le donne, i soggetti che più di ogni altro, anche in ambito familiare, hanno subito le gravi conseguenze della pandemia. Come comuniste e comunisti, abbiamo il dovere di denunciare il fatto che la parità di genere, espressione di cui si riempiono quotidianamente la bocca politici e mass media, è totalmente inesistente nel nostro paese, come nella stragrande maggioranza dei paesi capitalisti esistenti al mondo. In Italia, è ribadito da anni da più parti, a parità di prestazioni lavorative, le donne percepiscono quasi sempre salari inferiori a quelli percepiti dagli uomini. Ma di fronte alle insistenti richieste del variegato movimento femminista borghese e piccolo borghese, che pretende più posti per le donne nelle istituzioni borghesi e nei posti di comando delle imprese capitaliste, noi, proprio perché comuniste e comunisti, abbiamo il dovere di rivendicare come progettualità nostra, proprio a partire da questo 8 Marzo 2021, 2 richieste chiare e semplici a favore delle donne, in particolare delle proletarie: (1) parità di percentuale di assunzioni nelle fabbriche e negli uffici tra maschi e femmine; (2) garantire comunque a tutte le donne lavoratrici parità di trattamento salariale con l’uomo a parità di prestazioni. Naturalmente per arrivare alla piena occupazione delle donne, o per lo meno di tutte coloro che aspirano ad avere una occupazione, occorre che altresì siano garantiti, per legge, orari adeguati e servizi, per far sì che la donna non sia costretta a rinunciare, quando lo desidera, al ruolo di madre o ad assistere anziani, entro la famiglia, o alla educazione dei propri figli minorenni. Una delle battaglie da portare avanti è la diffusione degli asili gratuiti statali, per venire incontro alle madri lavoratrici. Ricordiamo che nel nostro paese su questo problema, che a prima vista sembra un banale argomento, siamo indietro anni luce rispetto agli stessi stati europei capitalisti come il nostro. In Italia solo il 12% dei bimbi sotto i 5 anni usufruisce degli asili, percentuale molto bassa rispetto a quella europea. Nel nostro paese poi agiscono retaggi culturali maschilisti e di classe, che hanno sempre relegato la donna delle classi subalterne al ruolo di custode del focolare domestico e, quindi, a svolgere essenzialmente il ruolo, non secondario per la gestione pratica di una famiglia, di casalinga, escludendola di fatto dai rapporti di lavoro e relegandola ai margini della società e della stessa famiglia, nonostante pesino sulle sue spalle l’assistenza di eventuali anziani e l’educazione dei figli. Tutto ciò si è avvertito ancora di più in questo ultimo anno di Pandemia, dovuta al Covid-19, dove le restrizioni economiche hanno determinato che le prime ad essere state lasciate a casa sono state soprattutto le donne lavoratrici. Il movimento femminista dovrebbe battersi, se veramente come sostengono, non vogliono lasciare indietro neppure una donna, per la stesura di una legge per avere piena occupazione lavorativa per il mondo femminile, affinché ogni donna possa essere indipendente economicamente ed autonoma, ma soprattutto libera di scegliere se lavorare o stare a casa. Comunque sia, la donna dovrebbe essere sempre in grado di poter scegliere, senza costrizioni di nessun tipo. Ma per fare ciò occorrerebbe una società diversa, con strutture adeguate di sostegno e parità di trattamento. Cosa che nelle attuali società capitaliste, come quella italiana, non sono possibili e solo in una società socialista sono pienamente realizzabili. A questo proposito, vorrei ricordare un fatto significativo, realmente avvenuto in URSS, che ci fa ben capire al differenza sostanziale tra una società capitalista e una socialista.  Nel suo bel libro L’Era di Stalin, la giornalista Anna Louise Strong[5], parlando dei suoi viaggi nell’Oriente Sovietico, nel 1928, scrive: “Buchara era la città santa dell’ortodossia islamista d’oppressione contro le donne. In questa città santa, fu organizzata una drammatica azione collettiva di rifiuto del velo, imposto dalla società patriarcale islamica locale. L’8 Marzo, Giornata Internazionale della Donna, corse voce che qualcosa di spettacolare sarebbe accaduto: in quel giorno, comizi di massa di donne si tennero in diversi luoghi della città e le oratrici chiesero a gran voce che tutte le donne nello stesso tempo, tutte assieme, si togliessero il velo. E così fu: passarono davanti al palco delle oratrici e gettarono il velo e poi, tutte insieme, in corteo sfilarono per le vie cittadine. Erano state erette delle tribune, per i dirigenti e i membri del Governo Sovietico, che salutarono la sfilata. Altre donne uscirono dalle loro case, si unirono alla sfilata e gettarono via il velo passando davanti alle tribune. In questo modo fu rotta la tradizione del velo nella sacra Buchara. Molte donne, naturalmente, rimisero il velo prima di comparire di fronte agli irati mariti, ma da allora, i veli di Buchara furono sempre più rari.  Per  l’emancipazione delle donne, il potere sovietico impiegò diversi mezzi: l’istruzione, la propaganda, le nuove leggi socialiste. Tutto fece la sua parte. Vi furono anche grandi processi nelle pubbliche piazze contro uomini che avevano ucciso le loro mogli e la nuova propaganda dava un forte sostegno a quei giudici uomini che comminavano la pena di morte, per un atto che l’antico costume islamico non considerava assolutamente un delitto, ma un diritto. Ma tra tutti gli strumenti utilizzati quello che più di tutti ebbe importanza per l’emancipazione delle donne fu, come nella stessa Russia europea, l’industrializzazione.

A Buchara[6], in quell’epoca in cui si svolsero questi fatti, visitai un edificio nella città vecchia. Il direttore, un uomo pallido, esausto, impegnato in una corsa insonne per costruire praticamente dal nulla un’industria completamente nuova, mi disse che la fabbrica, secondo i suoi calcoli, non sarebbe stata attiva economicamente per un bel pezzo: «Stiamo addestrando delle contadine, che dovranno dare i quadri dei futuri setifici del Turkestan. La nostra fabbrica è uno strumento applicato consapevolmente per spezzare la tradizione del velo: noi esigiamo che le operaie si tolgano il velo in fabbrica»[7]. Questa informazione è importante, perché ci dice che nell’URSS, alla fine degli anni venti, si preferì aprire una fabbrica di seta, anche se economicamente non conveniente, per dare lavoro a migliaia di contadine della regione asiatica, affinché raggiungessero la propria indipendenza e autonomia economica e si liberassero del velo e della oppressione patriarcale su base teologica, che gli era stata inculcata da secoli di oppressione da parte delle caste religiose maschiliste. In fabbrica le donne, nel corso di pochi anni, acquisirono, non solo una certa autonomia personale, ma presero coscienza del loro ruolo di protagoniste della società e uscirono dalla marginalità e dal servilismo, a cui erano state cacciate da secoli di oppressione maschile, coperta dall’ideologia religiosa. Questo esempio ci porta a capire che solo nel socialismo, con l’applicazione pratica del materialismo scientifico, fondato da Marx ed Engels, è possibile per le donne ottenere la libertà dall’oppressione maschile e divenire esse stesse le principali partecipi del necessario cambiamento che necessita l’umanità se vuole progredire e vivere in una futura società migliore. Questo esempio ci mostra inoltre che in una società socialista sta sempre al primo posto la preparazione culturale e l’arricchimento personale dell’individuo e non il mero profitto, come nelle società capitaliste. Nelle società capitaliste chi lavora è un numero inserito nell’ingranaggio del profitto e nulla più.  Nelle società socialiste invece è una persona, pur con tutti i suoi pregi e i suoi difetti, un cittadino al servizio della collettività che riceve in cambio ciò che necessita per vivere dignitosamente.

Nell’attuale periodo storico in cui viviamo, in cui le ideologie reazionarie e fasciste stanno rialzando la testa, la lotta delle donne per la piena occupazione lavorativa, per l’eguaglianza salariale e per la difesa dei diritti civili acquisiti, come il diritto all’aborto e al divorzio, assume una importanza notevole che, chi lotta per una società migliore, non può assolutamente ignorare, ma deve farli e sentirli propri per costruire quel fronte di lotte di classe necessario per distruggere questa martoriata, ineguale e ingiusta società.

 

 

Marzo 2021

 

 

 

 



[1] Queste prime righe del documento sono riprese dall’interessante articolo di Carla Filosa, Astrazione di genere e differenza, apparso sulla rivista La Contraddizione, n° 112, Gennaio Febbraio 2006, pagg. 3-10.

[2] Da una lettera di V. I. Lenin a Ines Armand, datata 25 Dicembre 1916. Ines Armand (1875-1920) seguace e collaboratrice di Lenin, nacque da padre inglese e da madre francese e svolse in Russia la sua attività politica. Le condizioni agiate della sua famiglia non la distolsero dai problemi sociali più acuti, al contrario ebbe sempre un grande interesse per le classi più umili e per la vita delle masse lavoratrici, che la avvicinò al movimento socialista. Entrò a far parte dei bolscevichi nel 1904 e fu arrestata dalla polizia zarista nel 1905: nel 1907 fu deportata nella fredda città nordica di Arcangelo, sotto il governo reazionario di Stolypin. Riuscì da questo carcere a fuggire nel 1909, un mese prima che scadesse la sua pena. Trovò rifugio a Bruxelles e poi a Parigi, dove continuò nel suo lavoro rivoluzionario . Tornò in Russia nel 1912 e partecipò a Pietrogrado alla campagna elettorale per la IV Duma, a favore dei bolscevichi e per questo stesso motivo fu nuovamente arrestata. Rilasciata un anno dopo, scappa all’estero dove diviene corrispondente del giornale comunista russo L’operaio (Работница). Prese parte alla Conferenza di Zimmerwald nel 1915, a quella di Kienthal nel 1916 e poi dal febbraio 1917 è di nuovo in Russia, precisamente a Mosca, dove svolge attività politica. Dopo la Rivoluzione d’Ottobre, a cui prese attivamente parte, si occupò dell’organizzazione delle operaie sovietiche. Nel 1919 presiede e organizza la I conferenza Internazionale delle donne comuniste. Nel 1920 malata si recò per curarsi nel Caucaso, con le sue sedi termali e il clima mite. Lo scoppio della guerra civile in quelle zone la costrinsero a ritornare a Mosca, ma morì di colera durante il viaggio di ritorno.

 

[3] Carlo Marx, Lettera a Kugelmann, 1888. Ludwig Kugelmann era un famoso ginecologo ebreo di Hanovre, in Francia, di idee comuniste, ammiratore e lettore di Marx, con il quale intrattenne in vita una lunga relazione epistolare.

[4] V. I. Lenin, Il contributo della donna all’edificazione del socialismo, capitolo apparso nello scritto dal titolo Una grande Iniziativa (sull’eroismo degli operai nelle retrovie. Con riferimento ai “sabati comunisti”), del 28 Giugno 1919 e pubblicato in opuscolo separato nel Luglio dello stesso anno (vedi  V. I. Lenin, Opere, Roma, Editori Riuniti, Vol. 29, 1967, pagg.390/393).

[5] Anna Louise Strong (1885 Friend, Nebraska, USA/1970 Pechino, Rep. Pop. di Cina). Laureatasi in Filosofia all’Università di Chicago, a soli 23 anni, si dedica da subito all’educazione dei bambini. Nel 1916 è la sola donna eletta nel Comitato Scolastico Cittadino di Seattle, dove si batte per una educazione gratuita universale, anche per i bimbi dei poveri, anche se le sue rivendicazioni non vengono ascoltate. Come reporter del New York Evening Post, è testimone del massacro da parte dei vigilantes armati degli operai in sciopero del sindacato IWW, che chiedevano miglioramenti salariali, ma che nel loro statuto era scritto che le loro lotte erano per l’abbattimento del capitalismo. La Strong sosteneva le posizioni radicali espresse dall’IWW e inoltre era contro l’intervento nella I Guerra Mondiale degli USA, e divenne portavoce delle istanze pacifiste, divenendo una portavoce dell’Associazione Insegnanti-Genitori (PTA), che si schierò contro la guerra. Per queste sue posizioni perse prima il lavoro di insegnante e fu anche arrestata e condannata per le sue idee antimilitariste, giudicate anti patriottiche. Dopo la breve parentesi carceraria, riprese il suo lavoro di giornalista militante, lavorando per il giornale socialdemocratico statunitense Seattle Union Record, di cui divenne presto redattrice. Sostenne il grande sciopero degli operai della cantieristica di Seattle del 1919, che terminò con il calo del sostegno dell’opinione pubblica cittadina, egemonizzata dai media, in mano alle forze conservatrici. Delusa dal declino del movimento socialdemocratico statunitense, la Strong maturò l’idea che il sistema capitalistico non poteva essere riformato, ma doveva necessariamente essere abbattuto.  Dopo aver ascoltato le entusiasmanti testimonianze di Lincoln Steffens di ritorno da un viaggio in URSS, che elogiavano ciò che si stava realizzando in URSS, la Strong decise di emigrare in URSS e si recò a Mosca. Da Mosca fu corrispondente per American Friends Service Committee, e pubblicò negli USA alcuni suoi celebri saggi. Nel 1925 fece una tournée negli USA per convincere imprenditori americani a investire in URSS, secondo la dottrina leninista della NEP. Negli anni ’30 si stabilì definitivamente nell’URSS, vivendo a Mosca e divenne editorialista di Moscow News, primo giornale in lingua inglese, pubblicato in URSS e destinato a lettori statunitensi. Nel frattempo, scrisse molti saggi, articoli e libri, tra cui il qui citato L’Era di Stalin. Nel 1946 si recò in Cina, dove intervistò Mao Tse Tung, in una caverna dello Yenan. Tornata in URSS, venne arrestata con la falsa accusa di spionaggio e fu espulsa. Vi ritornò poi, dopo aver chiarito la sua innocenza con le autorità sovietiche. Nel 1958 lascia definitivamente l’URSS e si reca a vivere in Cina, dove continua a pubblicare articoli e libri e dove muore a Pechino di vecchiaia nel 1970.

[6]  Buchara, capoluogo della regione omonima, è una città dell’Uzbekistan, abitata attualmente da oltre 200.000 persone. Importante centro commerciale lungo la via della seta, per secoli è stata la sede di un potente e ricco emirato, le cui moschee erano meta di pellegrinaggi locali ed è stata per molti decenni considerata una città sacra all’Islam.

[7] Anna Louise Srong, L’era di Stalin, Napoli, 2004, pagg. 98/99.